Spread è una fra le tante parole straniere ormai entrate nel vocabolario quotidiano. Ne sentiamo parlare da mesi, una specie di minaccia costante che incombe sulla nostra vita, un numero più minaccioso di quello che indica il colesterolo.
Ma che cos’è e come influenza davvero le spese che sosteniamo, prima fra tutte il mutuo?
Come prima cosa vediamo il significato, già utile a spiegare alcune cose.
Chi mastica di matematica potrebbe chiamarlo Delta, ma in maniera molto più facile Spread significa differenziale, differenza, distanza.
I due fattori di cui misuriamo, appunto, la differenza sono i rendimenti (il tasso di interesse) dei buoni del tesoro pluriennali italiani (Btp) e dei loro omologhi tedeschi (Bund).
Il calcolo è molto semplice.
Si prende il tasso di interesse di un Btp italiano decennale alla scadenza e lo si confronta con quello di un Bund tedesco, alla scadenza.
Se, per esempio, il titolo italiano rende il 6.46% e quello tedesco il 2%, si ottiene 4.46.
E uno spread di 446.
Semplificando al massimo, i buoni del tesoro sono il mezzo con cui uno stato finanzia il proprio debito, in maniera simile ai finanziamenti che ognuno di noi ha presso una banca. Si compra un titolo di stato e si ottiene in cambio un interesse. Lo spread, quindi, misura la differenza fra il rendimento dei nostri titoli di stato e quelli tedeschi, un rendimento che cresce se aumenta il rischio che il nostro paese non sia in grado di pagare, alla fine dei dieci anni, gli interessi che deve.
Lo spread, quindi, misura la differenza di affidabilità fra il nostro debito e quello tedesco e, in assoluto, l’affidabilità della nostra economia.
Tutto molto tecnico e, all’apparenza, molto lontano da noi. In realtà non è così.
E la situazione è diversa per chi un mutuo lo sta già pagando e chi, invece, è ancora in cerca delle condizioni migliori.
Chi sta cercando un mutuo ha dovuto acquisire famigliarità con un altro spread, omonimo di quello di cui abbiamo appena parlato. Il guadagno della banca che eroga il mutuo e che, per contratto, non cambia mai per tutta la durata del mutuo stesso.
Uno spread, questo, che oltre a essere omonimo dell’altro è in qualche modo parente. Le banche, come tutti noi, sono alla ricerca di liquidità e meno è affidabile il nostro sistema paese, più costi devono sostenere per ottenerla. Costi che, come è ovvio, si scaricano sui loro clienti, sotto forma di maggior guadagni o di una stretta non indifferente nella concessione del credito.
Così, anche chi ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato fatica a ottenere il mutuo o si vede proporre condizioni talmente alte da scoraggiare. La banca preferisce non rischiare, se non ha le spalle coperte, e l’andamento del mercato finanziario non incoraggia.
Un rapporto dell’ABI (associazione bancaria italiana) racconta che i mutui concessi nel mese di ottobre del 2011 sono saliti al 3.57%.
A settembre erano al 3.42%, a ottobre 2010 erano al 2.7%.
In parallelo è cresciuto il numero dei mutui a tasso variabile, passati da poco meno di un quarto a quasi un terzo del totale. Totale che, però, è calato del 33%.
Si fa fatica a ottenere un mutuo, le condizioni per chi lo richiede peggiorano, il numero dei richiedenti cala.
Il guadagno della banca aumenta, perché aumenta il suo rischio, malgrado i tassi di riferimento per i mutui a tasso fisso e variabile (Eurirs e Euribor) siano ai minimi storici.
Per chi ha un mutuo a tasso fisso, in realtà il nostro spread con i Bund tedeschi non è così importante, non influenza la rata. La spesa per il mutuo è quella, costante per tutta la durata.
I mutui a tasso variabile, invece, seguono un’altra strada.
Abbiamo visto prima che il guadagno della banca, il suo spread, è fissato dal contratto. Non è quindi quello che varia. L’indice che può cambiare e su cui si applica il margine dell’istituto di credito è l’Euribor. È di questi giorni un nuovo taglio dei tassi deciso dalla BCE a guida Draghi. È dello 0,25% e potrebbe avere come conseguenza un calo dell’Euribor, con ovvia soddisfazione di chi ha sottoscritto un mutuo a tasso variabile. Prendendo come riferimento un mutuo di 130.000 euro la rata potrebbe scendere di circa quindici euro.
Per chi sta pensando di sottoscrivere un mutuo, il problema è capire se conviene un tasso fisso o uno variabile.
È evidente che se ci si basa solo sui numeri, il tasso di interesse di un mutuo a tasso variabile è più basso dell’equivalente a tasso fisso.
Occorre però, uno sguardo più ampio. Abbiamo appena visto che l’Euribor, su cui si basa la variabilità del mutuo, è ai suoi minimi storici, mentre lo spread applicato dalle banche è cresciuto ai limiti della sostenibilità per il consumatore. E una volta sottoscritto il contratto, il guadagno delle banche resta fissato per sempre.
Ricordando una famosa frase di un film, “non può piovere per sempre”.
Impegnarsi in un mutuo per l’acquisto di una casa obbliga a una valutazione che copra almeno vent’anni. L’economia tenderà a riprendersi nel tempo e l’Euribor tornerà ad alzarsi. Sommato agli spread delle banche, potrebbe creare grossi problemi alla sostenibilità della rata.
Un dettaglio che porta molti operatori a consigliare, oggi, il tasso fisso.
Per chiudere, qualche consiglio.
Date un’occhiata ai mutui proposti online, spesso si possono trovare soluzioni più vantaggiose, anche un paio di decimi in meno. Alla lunga sono soldi che rimangono in tasca.
E ricordate che fino alla fine del 2012 è possibile rinegoziare i contratti di mutuo per l’acquisto di abitazioni, passando da variabile a fisso.